Colombia, metà Novecento. Da qualche parte a Bogotà nasce un bimbo predestinato, che ha nel futuro il doveroso compito di scrivere e raccontare la storia del Paese, fino a lui praticamente inesistente. Riuscirà nel suo intento ufficialmente nel 1982, con il conseguimento del Premio Nobel per la Letteratura per Cent’anni di solitudine, ponendo le radici della cultura colombiana e diventando l’uomo di maggior influenza nel Paese, alla pari del calciatore Carlos “El Pibe” Valderrama che guiderà la nazionale di calcio ai Mondiali di Usa 1994 e di Simon Bolivar, venezuelano che liberò e rese indipendenti Colombia, Perù ed Ecuador.
Tornando a Gabriel García Márquez, però, fu così influente e diverso dagli altri scrittori nazionali perché raccontava la vera essenza del popolo in tutti i suoi scritti: tramite il genere, il realismo magico, descriveva la Colombia e i colombiani come misteriosi, passionali, intelligenti, ma anche magici, quasi soprannaturali.
Tecniche come l’inversione di causa ed effetto, esibizione di ricchezza di dettagli sensoriali, distorsioni temporali, ciclicità o assenza di temporalità sono elementi chiave del genere, che si ritrovano in Cronaca di una morte annunciata, Foglie morte e del suo capolavoro sopra citato.
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