Ogni generazione crea un proprio linguaggio, quello della GenZ si interseca con il mondo digitale, fatto di simboli, significati condivisi e continue reinterpretazioni. A raccontarlo è uno studio condotto dagli studenti di “Linguistica e galateo digitale” dell’Università LUMSA.
Dalla ricerca emerge come i simboli rappresentino un codice condiviso tra i coetanei: appena il 5,7% del campione dichiara di subire frequenti fraintendimenti, mentre oltre sei giovani su dieci le utilizzano per addolcire i toni e comunicare con precisione il proprio stato d’animo. Un esempio eclatante è il teschio. Se gli adulti lo associano alla morte, i ragazzi lo usano per dire “sto morendo dal ridere”, dimostrando come la Gen Z sappia stravolgere il significato dei simboli. Lo stesso vale per i cuori, che cambiano senso in base al colore: il blu esprime fiducia, il viola legami profondi e il grigio situazioni complicate.
L’indagine dell’Università LUMSA ribalta anche alcune convinzioni comuni, come quella secondo cui i giovani riempirebbero le loro conversazioni di simboli. In realtà, il 76,4% degli intervistati afferma di usare meno di 20 emoji al giorno. Tra le più popolari c’è la faccina che ride, seguita subito dopo dal cuore rosso. Un altro dato interessante riguarda invece la loro funzione di mitigazione linguistica. Il 70,5% dei ragazzi e delle ragazze dichiara di sostituire spesso le parolacce e gli insulti con dei simboli grafici, smorzando l’aggressività senza però perdere espressività. Per la Gen Z, le emoji sono dunque molto più che degli “accessori” della comunicazione. Sono a tutti gli effetti dei pilastri di un linguaggio generazionale che definisce legami e identità.
L’analisi ha coinvolto 696 giovani tra i 18 e i 25 anni, culminando nella stesura di un vero e proprio dizionario delle icone più popolari nelle chat.
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